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Il bacio nella sommossa

D I S . A M B . I G U A N D O

Ormai non c’è manifestazione di piazza degna di questo nome in cui un fotografo non riprenda una coppia che, mentre infuriano gli scontri con la polizia, si abbraccia e si bacia. Tutti ricordano lo scatto di Richard Lam a Vancouver, il 15 giugno 2011, che impazzò in rete e fece il giro del mondo (clic per ingrandire):

Il bacio a Vancouver

Poi fu la volta del

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Barack Obama cerca l’aura di Papa Francesco e Matteo Renzi cerca l’aura di Obama

La stretta di mano tra due icone mediatiche mondiali e poi quella tra un abile comunicatore e il suo ispiratore. Gli incontri romani di Barack Obama con Papa Francesco e Matteo Renzi potrebbero essere riassunti così. Il 2013 è stato l’annus horribilis del Presidente degli Stati Uniti. Siria, Datagate, Crisi economica e Ap hanno fatto crollare a picco la sua popolarità, il suo carisma e la sua potenza mediatica. A sostituirlo come simbolo dell’immaginario collettivo è arrivato proprio Papa Francesco, pontefice rivoluzionario, comunicativo al punto da diventare protagonista delle copertine di magazine come Time e Rolling Stone.

Oggi Obama, come ha scritto Politico, è andato in Vaticano anche per cercare di trarre beneficio dalla popolarità di chi, da un anno, ha preso il suo posto. L’incontro con Bergoglio è stato strategico a livello politico, per rinsaldare i legami tra Stati Uniti e Chiesa Cattolica e discutere di temi come la povertà e l’immigrazione, ma anche di immagine. Obama ha voluto avvicinare e legare punti chiave della sua politica al Pontefice, nonostante le divergenze su temi come l’aborto, la contraccezione e i matrimoni gay.

L’ex super star internazionale” è apparsa quasi tesa all’inizio dell’incontro con Bergoglio, al di là del rispetto per la spiritualità. Il linguaggio del corpo, che il Presidente conosce e domina molto bene, lasciava trasparire il doveroso ossequio e rispetto, ma anche la volontà di interagire e la ricerca di un’ intesa. “È meraviglioso essere qui, sono un suo grande ammiratore”, ha detto al Papa all’inizio del loro incontro.

Obama cerca l’aura di Papa Francesco, dunque, ma Matteo Renzi cerca l’aura di Obama.

Qualche ora dopo, con cambio di scenario dal Vaticano a Villa Madama e nel mezzo una visita al Quirinale. Il presidente degli Stati Uniti ha incontrato il Presidente del Consiglio italiano. Obama si è detto colpito dall’energia e dalla visione del nuovo premier. “Yes we can ora vale anche per noi”, ha risposto l’ex sindaco di Firenze.

Per Renzi, Obama è sempre stato un punto di riferimento e oggi, durante l’incontro, ha lasciato trapelare tutto il suo entusiasmo, quasi fanciullesco: grandi sorrisi, grandi strette di mano e grandi pacche sulle spalle. Ad accomunare Barack e Matteo ci sono fisicità e comunicatività, ma per il secondo l’allure, seppure un po’ appannata, del primo sembra ancora lontana.

C’è infine un dettaglio che lega i tre protagonisti della giornata di oggi. Bergoglio, Obama e Renzi rappresentano, per la loro storia o per la loro provenienza, una rottura con il passato, anche vicino, delle istituzioni che rappresentano. Nel bene e nel male.

Pubblicato su L’Huffigton Post il 27/3/2014

Lampedusa, dopo lo show della politica si torna alla vita vera

“Atmosfere tragiche”, toni cupi, echi “da Giulio Cesare”, intrighi da commedia, tratti grotteschi, personaggi da melodramma e suspense da thriller. Ieri nelle aule del nostro Parlamento è andato in scena una delle più avvincenti pièce politiche degli ultimi anni. Un concentrato di tutti i generi possibili e immaginabili della letteratura teatrale, animato da istrioni e comprimari.

I timori per i destini del nostro Paese, sempre più sull’orlo del precipizio, non impedivano di seguire con trepidazione l’esito del voto di fiducia a Enrico Letta. E poi i traditi e i traditori, i vinti e gli sconfitti, il crepuscolo su quello che sembrava l’intramontabile regno di Silvio Berlusconi, la rivincita della politica poco muscolare, la probabile rinascita di una nuova, vecchia, Dc.

Questa mattina c’erano ancora nuovi scenari da commentare, sviluppi, ipotesi sui destini di alcuni dei protagonisti della nostra politica. E ancora tanto rumore di sottofondo. Poi però la realtà ha fatto irruzione.

Nelle acque di Lampedusa hanno perso la vita 94 persone, 250 sono disperse. Uomini, donne e bambini hanno perso la vita per raggiungere un Paese, che, paradossalmente, sembra non avere più nulla da dare nemmeno a chi lo abita da sempre.

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Eccola la tragedia, quella vera e non letteraria, quella che non si riesce a raccontare veramente e che ci riporta alla vita. Ieri, con adrenalina, si contavano i voti, oggi, con dolore, i morti. Le urla, i fischi e gli applausi degli onorevoli si zittiscono.

Il Papa, che sull’Isola era stato a luglio, grida “Vergogna!” L’agenda della politica viene annullata. “È una tragedia troppo grande per poterci dedicare oggi alle vicende interne al nostro Gruppo parlamentare e al nostro Partito”, commenta Berlusconi. Alfano cancella la riunione con i ministri del Pdl e parte per Lampedusa. Ci andrà anche la presidente della Camera Boldrini.

Per un attimo cala il silenzio, ma è subito rotto dalle dichiarazioni.

Comincia il balletto delle accuse, le più forti arrivano dalla Lega “Tutta colpa del duo dell’integrazione Kyenge-Boldrini, il cui pensiero ipocrita preferisce politiche buoniste alle azioni di supporto nei paesi del terzo mondo e ha portato a risultati drammatici come questi.

Continuando a diffondere senza filtri messaggi di accoglienza si otterrà la sola conseguenza di mietere più vittime di una guerra. Tanto la Boldrini quanto la Kyenge hanno sulla coscienza tutti i clandestini morti in questi ultimi mesi”, commenta Gianluca Pini, vicepresidente del gruppo Lega Nord a Montecitorio.

“Siamo al punto di non ritorno con questa forza politica. Se uno vuole prendere il palcoscenico, non è questo il momento per farlo “, replica il ministro dell’Integrazione Kyenge.

E oggi, davvero, il tempo degli show è finito. Gli attori della politica vogliono troppo spesso recitare da protagonisti. Ora però deve calare il sipario. È tempo, in Italia come in Europa, di riflettere, prendersi responsabilità e affrontare questa drammatica emergenza.

Pubblicato su Huffington Post il 3 ottobre 2013 

A Milano, in un sabato d’agosto, torna Forza Italia

A Milano, in un sabato d’agosto, torna Forza Italia. Questa volta per davvero. Mentre tutti gli occhi sono puntati su Marina e il Cavaliere attende, con poca speranza, una risposta del Colle alla richiesta del Pdl di restituirgli l’agibilità politica dopo la condanna in Cassazione, nel cuore della Chinatown meneghina compare un manifesto di Forza Italia. Non è ancora scattata la deadline ferragostana, ma tant’è.

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La foto mostra Silvio Berlusconi che infiamma la folla da un palco “azzurro libertà”. Ma più che un palco, sembra un ring. Perché lo scontro è appena cominciato. Il Cav e i suoi fedelissimi promettono “un’operazione verità contro l’attentato alla democrazia”. Nel fortino di Arcore si studiano i sondaggi, si lanciano segnali di guerra sull’Imu, si medita sul voto.

E, intanto, si torna al 1994. Un tuffo nel passato, visivo, comunicativo e politico. L’emblema perfetto dell’immobilismo italiano.

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post il 12/8/2013

Quella fascetta nera di Federica Pellegrini

Cosa fa Federica quando non nuota ormai lo abbiamo capito: prende e molla fidanzati, cambia allenatore, fa la testimonial, si dedica alla sovraesposizione mediatica.

E questo, di Federica, è il lato più antipatico. Quello della divetta bizzosa che si nega ai flash, dopo essersi concessa solo a quelli giusti, che polemizza con le compagne di squadre, con il sistema.

Poi c’è un’altra Federica, quella che, invece, nuota. In questa versione la sirenetta glamour, sempre un po’ imbronciata, lascia il passo alla ragazza tenace, alla fuoriclasse. Perché i veri campioni restano tali anche quando perdono.

E Fede di sconfitte ne ha conosciute parecchie. L’ultima, clamorosa, la scorsa estate alle Olimpiadi di Londra. “Troppa mondanità e pochi allenamenti, malignò qualcuno”. Ma questa tenace atleta di Spinea sa rendere onore a uno dei suoi tanti tatuaggi: un’araba fenice che rinasce dalle sue ceneri.

Riesce a farlo sempre in acqua, il suo elemento, l’habitat in cui fa emergere il lato umano, dove piange, ride, commuove e sorprende. Lo ha fatto anche ieri ai mondiali di Barcellona, quando ha deciso di gareggiare nei 200 stile libero. Non era la  specialità che aveva preparato, ma ha conquistato la medaglia d’argento.

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Ma il cuore della Pellegrini non si è visto solo in gara. Era anche in quella fascetta nera disegnata sul braccio per ricordare la tragedia del bus dell’Irpinia. “Abbiamo vissuto da Barcellona questa vicenda tragica, ha detto. Oggi è la giornata di lutto nazionale e mi sembrava giusto fare questa dedica. Non si poteva portare la fascia, allora l’ho disegnata sul mio corpo. Siamo lì con il cuore”.

Sorprende anche in questo Federica, abituata a scendere in vasca con il look curato nel minimo dettaglio: orecchini e unghie azzurre come la nazionale, come faceva ai tempi di Atene, quando incantò il mondo a soli 17 anni.

Ieri invece quel segno di dolore. Un’attenzione verso chi soffre, ma anche un modo per spostare l’attenzione da sé, dalla propria immagine, dal proprio, a volte piccolo, mondo di gossip e record. Un piccolo gesto, non a caso, fatto in acqua.

Perché Federica il meglio di sé, dal punto di vista sportivo e anche da quello umano, lo dà quando nuota.
Speriamo continui a farlo ancora a lungo, preferendo il blu delle piscine alle luci della ribalta.

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post il 31 luglio 2013

Auguri alle mamme. E anche alle altre

Oggi, domenica 12 maggio, è la festa delle mamme, di quelle donne che fanno, si dice, il mestiere più bello del mondo.

Corrono le mamme, corrono sempre, per lavorare, accudire i figli, soddisfare i mariti. Le richieste aumentano, il tempo diminuisce.

Ma le mamme danno il massimo, quando possono si aiutano tra di loro. Si ingegnano con associazioni, blog, spazi di co-working, condividono informazioni utili, diventano maestre delle nuove tecnologie. E poi ci sono i media, che sfornano a pieno ritmo rubriche, riviste, format. La maternità in salsa televisiva genera addirittura nuovi personaggi e nuove professionalità. Dalle tate alle planner. Ormai le mamme sono una categoria dell’informazione, come gli Esteri, lo Sport, la Cronaca. Il mondo della comunicazione lavora alacremente per offrire alle madri aiuti, spunti o, semplicemente, per non farle sentire inadeguate ai forsennati ritmi della vita moderna.

Poi ci sono anche quelle che mamme non sono. Quelle che non lo sono ancora, ma che vorrebbero e ogni giorno cercano di sistemare i tasselli nei complicati puzzle delle loro vite per poter avere, un domani, una famiglia. Corrono anche loro, sempre, sospese tra la precarietà dei sentimenti e quella professionale. Magari il lavoro ce l’hanno – a termine- proprio perché stanno sostituendo una maternità, oppure sono tra quelle che ai colloqui si sono sentite chiedere “Lei non ha intenzione di fare figli, vero?”, salvo poi lavorare doppio per coprire i turni delle colleghe assunte in tempi migliori, quando avere figli era un diritto e non un privilegio.

Probabilmente si sentono imperfette anche loro, schiacciate tra desideri e realtà, ma non hanno a disposizione una sconfinata letteratura digitale su cui disperarsi. Ad aiutarle non arriva nemmeno uno straccio di trainer da reality o una fiction italiana con personaggi archetipi che, con le loro avventure da teatro di posa, ti convincono che sei ok e che andrà tutto bene.

Non dimentichiamo quelle che a diventare mamme non pensano e che, non per questo, valgono meno. Perché, ogni tanto è bene ricordarlo, carriera, ambizione o istinto materno non pervenuto non sono delitti, né mali incurabili. Per qualcuna l’orologio biologico ticchetta forsennatamente, per qualcun’altra no. E non c’è niente di male.

Intanto però auguri alle mamme, a tutte.

A quelle di oggi, a quelle di domani e, soprattutto, alla mia, che mi ha cresciuta benissimo, anche senza tutorial.

Pubblicato su Huffington Post il 12/5/2013

L’ironia sul Quirinale

L’elezione del presidente della Repubblica è cosa seria, anzi serissima. Ancor più in un momento così critico per il Paese. Eppure, tra inciuci, prove generali per alleanze di governo, candidati improbabili e pre-elezioni via web, la corsa al Quirinale ha, a tratti, assunto toni surreali.

Ridere per non piangere, si dice a volte, e questo potrebbe essere il caso. Su internet si scherza. Innanzitutto con l’omonimia tra il Senatore Franco e la showgirl Valeria da cui nascono calembour e fotomontaggi

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Israele, il laboratorio di pace di Beresheet La Shalom

Israele, Galilea, quasi al confine con il Libano. Un gruppo di ragazzi si diverte. Fanno teatro, giocano a calcio, preparano programmi radiofonici in arabo e ebraico. Sono israeliani, ovviamente, ma anche palestinesi, cristiani, Circassi, Drusi e convivono tutti serenamente. A unirli è stata Angelica Edna Calò, ebrea italiana e romana, che durante la seconda Intifada, tra il 2000 e il 2005, ha deciso di creare un’oasi di pace per i bambini di queste terre dilaniate dai conflitti. La fondazione si chiama Beresheet La Shalom e si trova in nel Kibbutz Sasa.
 

“Io e mio marito Yehuda abbiamo cominciato ospitando 12 ragazzi – racconta la vulcanica Angelica – Poi ho conosciuto Samar Sahhar, palestinese cristiana, che da anni si occupava delle ragazze madri. Questo incontro magico ha contribuito a far crescere il mio progetto di pace”. Nel laboratorio di Beresheet i ragazzi imparano a stare insieme divertendosi, restano qui per il tempo delle attività poi ognuno torna a casa sua. Affrontano i temi del conflitto e delle diversità, ormai parte integrante della loro vita, con serenità e senza mai entrare nel dibattito politico.

Siamo educatori, non diplomatici – precisa Calò – e chi frequenta Beresheet deve imparare l’amore e la pace al di là degli odi e delle incomprensioni di chi è al potere”. “Anche durante la crisi dello scorso novembre (quella dell’operazione Pillar of Defense ndr) abbiamo gestito la situazione con il dialogo. Abbiamo parlato del dolore, che è lo stesso da entrambe le parti.L’empatia, la comprensione e il rispetto sono le fondamenta della pace. I nostri giovani ospiti mettono a disposizione dei nuovi arrivati quello che imparano, anche per loro è una missione”. E in tanti anni mai nessun litigio? “No. I ragazzi vivono in un’atmosfera di odio, quando sono qui vogliono lasciarsi tutto alle spalle”.

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“Siamo educatori, non diplomatici – precisa Calò – e chi frequenta Beresheet deve imparare l’amore e la pace al di là degli odi e delle incomprensioni di chi è al potere”. “Anche durante la crisi dello scorso novembre (quella dell’operazione Pillar of Defense ndr) abbiamo gestito la situazione con il dialogo. Abbiamo parlato del dolore, che è lo stesso da entrambe le parti.L’empatia, la comprensione e il rispetto sono le fondamenta della pace. I nostri giovani ospiti mettono a disposizione dei nuovi arrivati quello che imparano, anche per loro è una missione”. E in tanti anni mai nessun litigio? “No. I ragazzi vivono in un’atmosfera di odio, quando sono qui vogliono lasciarsi tutto alle spalle”. 

Negli anni il gruppo di Beresheet La Shalom ha dato vita a moltissimi progetti: spettacoli teatrali presentati in festival internazionali, dibattiti e persino un incontro in Vaticano. “La nostra attività continua a crescere, spiega Angelica perché sempre più persone capiscono l’importanza del dialogo tra i popoli. All’inizio facevamo fatica a trovare collaboratori, non appoggiavano il progetto e preferivano trincerarsi dietro le loro convinzioni e la diffidenza. In tanti hanno tentato di ostacolarci in ogni modo”. Ma sulle gioie e le soddisfazioni di questa donna entusiasta e coraggiosa c’è anche un’ombra. Da tempo non può più contare su Samara. Si è ammalata perché le hanno impedito di gestire la casa di accoglienza per ragazze abusate che aveva a Betania. “L’hanno costretta a chiudere –racconta Calò- per qualcuno la sua opera era troppo scomoda. Ora sto facendo il possibile perché torni ad occuparsi delle sue ragazze, che hanno tanto bisogno di lei”.

E mentre Angelica continua a diffondere i principi di tolleranza e convivenza, Israele ha un nuovo governo, arrivato a due mesi dalle elezioni, dopo estenuanti trattative. “Ormai tutte le forze politiche sanno che si deve trovare una collaborazione – commenta Edna – ma ogni singola persona ha la responsabilità di avviare un dialogo, altrimenti non ne usciremo mai”. Non è un caso, allora, se Beresheet La Shalom significa proprio “Inizio di pace”.

Dieci anni dalla guerra in Iraq. Le icone del conflitto

Il 20 marzo 2003, alle 3.30 ora italiana, con un bombardamento di Baghdad, cominciava il secondo conflitto in Iraq. Oggi il quotidiano inglese The Guardian ripercorre la storia della guerra, segnata dalla contrapposizione tra George W.Bush e Saddam Hussein, attraverso le sue immagini più significative. Raccontano storie e, soprattutto, persone.

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Staff Sergeant Lonnie Roberts cries at a memorial service in Baghdad

Otto marzo, festa della donna. Tra retorica e conquiste

L’otto marzo è una ricorrenza doverosa, nelle origini, ma sempre più gonfia di retorica. Il ruolo della donna è complesso: le sfide aumentano, così come gli spazi, che rimangono comunque difficili da conquistare.

Oggi i social network traboccano di status sentiti e di tweet  su questa festa. C’è chi fa, semplicemente, gli auguri, chi propone nuove inziative, chi chiede parità, chi denuncia il femminicidio, chi dice che la mimosa fa schifo ed  è un insulto all’emancipazione. Uno tra i tanti, verrebbe da dire.

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Sono le donne a scrivere messaggi accorati, ma anche gli uomini. Per quanto riguarda le prime c’è da augurarsi che tra loro non ci siano quelle che odiano le altre donne, che fanno le suffragette e poi si sottomettono a mariti e fidanzati, che alimentano stereotipi e discriminazioni del genere femminile. Tra i secondi invece speriamo non si nascondano datori di lavoro che lasciano a casa chi rimane incinta, ma nemmeno quelli che, per tutelare chi é in maternità, fanno lavorare doppio tutte le altre. Quelli che amano talmente tanto le donne da volerle tutte, fino a diventare traditori seriali, che scaricano ogni incombenza su madri, sorelle, mogli, che promettono scatti di carriera in cambio di favori sessuali. Anche se questo, spesso, è un concorso di colpe.

Io l’8 marzo voglio festeggiarlo riproponendo le storie di donne speciali che ho avuto la fortuna di incontrare per  lavoro.

Sono storie di solidarietà, coraggio e lavoro. Sarebbe bello leggerne sempre di più, in tutto il mondo.

Monica Gallo e le Fumne del carcere di Torino

Rosy Canale e le donne contro la n’drangheta

Rasoslava Petrova e le pescatrici di Bio e Mare