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La pancia, metaforica e reale, della politica italiana

Toni pacati, larghe intese, fair play, almeno apparente, tra vincitori e vinti, persino un ricambio generazionale che riaccendeva le speranze. Fino a qualche settimana fa la politica italiana sembrava vivere un’ inusuale, seppur breve, stagione di toni moderati. Da qualche giorno però la musica, per non dire il frastuono, è tornata quella di un tempo, quella a cui le nostre orecchie sono ormai più abituate. La politica è di nuovo emotiva, più di “pancia” che di testa, complice l’acceso dibattito sulla legge elettorale. In breve tempo ci sono stati ritorni, dimissioni, rotture e i toni si sono di alzati.

Ci sono Stefano Fassina e Gianni Cuperlo che mal sopportano le uscite del segretario Renzi, indiscusso protagonista e regista del dibattito attuale, e si indispettiscono al punto di preferire le dimissioni. C’è Silvio Berlusconi, l’Araba Fenice alla sua ennesima rinascita, che torna in scena, come sempre, da protagonista e provoca reazioni accese. Il Pd si spacca sull’incontro con Renzi, l’arrivo al Nazareno del Cavaliere viene salutato da lanci di uova.

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Istituzioni locali, educazione siberiana

Correva l’anno 2012, il mese era dicembre, e nel Parlamento ucraino, da poco rinnovato, si scatenava una rissa per la formazione dei gruppi parlamentari. Maggioranza e opposizione vennero alle mani e nella bagarre, ironia della sorte, si ritrovò anche il neoeletto ex pugile Vitali Kilitshko.
Ma quello scontro non era né il primo né l’ultimo del governo di Kiev. Lo scorso giugno i deputati se le sono date ancora una volta di santa ragione perché il presidente Viktor Ianukovich non si era presentato in aula a leggere l’annuale discorso al Parlamento.

Negli ultimi giorni, mentre in Ucraina si torna in piazza per il mancato accordo di associazione all’Unione Europea, l’educazione, quasi, siberiana delle risse politiche è arrivata anche in Italia.

Domenica scorsa in Campidoglio, durante il consiglio per l’approvazione dell’ostico Bilancio 2013, ci sono state urla fischi e schiaffi tra maggioranza e opposizione. A farne le spese è stato proprio il sindaco Ignazio Marino, colpito da una gomitata di Dario Rossin, esponente di Fratelli d’Italia, il cui intento era quello di strappare il microfono al presidente Mirko Coratti (Pd). Qualcuno ha visto nella bagarre romana l’emblema della tesissima situazione politica nazionale.

A Montecitorio, almeno in questi giorni, non si è arrivati alle mani, ma il germe dello scontro si è presto diffuso anche in altre regioni.

Ieri è stata sfiorata la rissa nel consiglio regionale umbro, mentre in quello piemontese le botte ci sono state davvero.

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Matteo Renzi, così giovane e patinato da sembrare Justin Bieber

Lo sguardo è tra l’ironico e il seduttivo. La copertina è quella della versione italiana di un magazine patinato e lui non è un attore o un personaggio tv, anche se, confessa, magari, un giorno vorrebbe diventarlo. Lui è Matteo Renzi, sindaco di Firenze e, quasi certamente, prossimo segretario del Pd, questa settimana protagonista della copertina di Vanity Fair.

Fresco di vittoria nei circoli, mette a segno un’altra- a tratti incredibile-operazione comunicativa. Disciplina in cui, ormai, sembra non avere rivali. Non c’è più il giubbotto da Fonzie sfoggiato durante la discussa apparizione a Amici di Maria De Filippi, ma giacca bianca e camicia nera, incorniciate in ritratti con pose da divo e atmosfere rarefatte, anche se il set è Palazzo Vecchio.

I lettori, e soprattutto le lettrici, di Vanity Fair non sono il pubblico giovane del talent di Canale 5, né quello della domenica sera di Fabio Fazio e Matteo, camaleontico come sempre, si adatta.

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Il servizio, firmato da Giovanni Di Lorenzo, direttore italiano del tedesco Die Zeit, restituisce l’immagine di un Renzi sempre attaccato ai suoi principi di rottamazione e cambiamento, ma anche più maturo, a livello di immagine e, forse, non solo. Al punto da dirsi serenamente pronto ” a fare il presidente del Consiglio”.

L’effetto finale però è quasi straniante e gli scatti mettono in secondo piano le parole, che pure toccano questioni cruciali. La forma è potente, vince sul contenuto, come spesso gli viene rimproverato.

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Il bacio possibile e l’amore impossibile tra il poliziotto e la No Tav

Un attimo sospeso. Un minuto di silenzio nel frastuono, il più dolce dei gesti nel mezzo di uno scontro. In poche ore la foto del bacio tra la manifestante No Tav e il poliziotto ha fatto il giro dei media. Il simbolismo e l’estetica sono indiscutibilmente accattivanti. Lasciarsi andare al romanticismo è fin troppo facile. “Il mio unico amore è fiorito dal mio unico odio” scriveva William Shakespeare in Romeo e Giulietta. Montecchi e Capuleti come manifestanti e forze dell’ordine, sentimenti impossibili, per i secondi ancora di più.

Il bacio della Val di Susa, ovviamente, non è d’amore, ma un’iconica provocazione. Non è un momento di dolcezza in mezzo alla rivoluzione come nelle ormai celeberrime foto di Vancouver o di Gezi Park. Non sono i fiori offerti nel 1967 da Jan Rose Kasmir al soldato con il fucile spianato durante una manifestazione davanti al Pentagono contro la guerra in Vietnam.

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E’ la ragazza No Tav a condurre il gioco, le sue mani sottili afferrano con piglio deciso il casco del poliziotto. Lui è giovanissimo, ha un’aria bambina, e chiude gli occhi. Quasi provasse trasporto, quasi ci credesse davvero. Ma a dividere le labbra di lui da quelle di lei c’è una visiera, che rende possibile il bacio, ma lascia impossibile l’amore. Senza questo vetro che separa, simbolo dell’ordine costituito, l’effusione non ci sarebbe mai stata. La manifestante dai capelli neri non avrebbe mai baciato davvero il poliziotto. Inutile illudersi.

Il brusco risveglio avviene per mano della stessa Jasper Baol, così si firma la protagonista dello scatto, che su Facebook scrive: “E’ sempre molto divertente vedere come vengono reinterpretate le foto. La ragazza in questione sono io, e se vi interessa, non avevo nessuna voglia di manganello, nessuna pulsione frustrata, stavo pigliando per il c… una schiera di poliziotti antisommossa, che ci impedivano la strada. Nessun messaggio di pace, anzi, questi schifosi li appenderei solo a testa in giù, dopo quello che è successo a Marta, compagna molestata e picchiata. Quindi, con buona pace dei pacifisti yuppie e “cristianotti”, sì, sono contraria alle forze dell’ordine, sì lo stavo sfottendo alla grande, sì, il fotografo è stato fortunato…”.

Parole inequivocabili che siglano la fine di ogni romanticismo. Emozione è uno dei termini più abusati di questi tempi. Forse perché se ne sente il bisogno, al punto di credere, anche solo per un attimo, alla retorica dell’amore-impossibile-che vince sull’odio.

Pubblicato su Huffington Post Il 18 novembre 2013

Tutti pazzi per Bill De Blasio. Come o meglio di Obama?

La forza comunicativa e il successo di Bill De Blasio, neoeletto sindaco di New York, sono tutti nella foto che sta facendo il giro del mondo e che è già simbolo della sua vittoria. Quella in cui abbraccia il figlio Dante: nome italiano, per rendere onore alle origini del papà, e riccioli afro, come la mamma. Un simbolo vivente del Melting Pot della Grande Mela.

Bill de Blasio, il nuovo sindaco di New York

E’ uno scatto che ricorda quello di Barack Obama abbracciato alla moglie Michelle e , volendo, le similitudini tra i due non finiscono qui. Bill e Barack rappresentano le minoranze personalmente, ancor prima che politicamente. Hanno vinto grazie a campagne capillari, potenti, giocate soprattutto sui social network e internet, hanno interrotto anni di egemonie repubblicane. Hanno fatto sognare e, soprattutto, sperare, in una città, in una nazione e, perché no, in un mondo migliore. Per Obama, però, la luna di miele è già finita da un pezzo. Negli ultimi mesi, tra Siria, Datagate, Shutdown e il flop del sito di Health Care, il Presidente si è trovato a fare i conti con un drastico calo di popolarità e con critiche feroci.

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L’America dello Shutdown assomiglia all’Europa. Tra debolezze, populismo e Tortilla

 

Pubblicato su L’Huffington Post il 17/10/2013

Gli Stati Uniti e il mondo intero hanno tirato un sospiro di sollievo. Lo Shutdown è finito. Dopo due settimane di blocco totale la macchina governativa può tornare a funzionare. Il Default è scongiurato e Barack Obama sorride di nuovo. Sembra una lieto fine, ma non lo è. Questi 16 giorni di immobilismo hanno mostrato il nuovo volto di un’America vulnerabile come non mai, economicamente e politicamente, e più vicina all’Europa, persino all’Italia.

Non a caso Enrico Letta, oggi a Washington per incontrare il presidente, ha detto ai microfoni della PBS di “capire bene i problemi di Obama, ne ho anche io a casa. So cosa significa quando ci sono scontri fra fazioni, partiti e individui” e in queste condizioni “non è facile raggiungere accordi politici”. Così anche l’America, dopo essere stata ostaggio dei Tea Party, si scopre terra di falchi e colombe, ma Capitol Hill, ovviamente, non è Montecitorio.

Quello che accade a Washington riguarda il mondo intero. Il colosso a stelle e strisce si scopre fragile e le economie emergenti, su tutte quella cinese, non mancano di sottolinearlo. Oggi un editoriale del China Daily paragonava la crescita locale alla crisi americana e si chiedeva se davvero fosse ancora così conveniente fare affari con gli Yankee, mentre il Wall Street Journal sentenziava “ormai assomigliamo alla Grecia”.

Cosa ne è allora della super potenza, della democrazia che sembrava perfetta? L'”american dream”, forse appannato già da tempo, si stinge sempre più velocemente. Perché se il crac, per il momento, è scongiurato, le divisioni restano. I repubblicani sono stati sconfitti in questa battaglia, che, in fondo, non ha vincitori, ma i Tea Party sembrano decisi a continuare la guerra verso il 2016, anno delle prossime elezioni. “Sono l’emblema di un Paese immobile, bigotto, che ha paura del cambiamento e che proprio a causa delle sue fobie mette a rischio la Nazione”, ha detto l’attore Robert Redford alla Cnn.

L’America torna a temere se stessa, non più il nemico straniero, ma il suo lato più oscuro, quello più ruspante e più cattivo. Persino l’immagine degli accordi segreti tra i Tea Party, guidati dal durissimo texano Ted Cruz, stretti non tra i banchi del congresso, ma tra i tavoli di un fast food mexicano, il Tortilla Coast, è diventato un evocativo tormentone mediatico.

Come a dire: “Quelli che tenevano il mondo appeso un filo pianificavano le proprie mosse tra burritos, patatine fritte e salse piccanti”. Così anche l’America ha la sua nuova frangia politica populista, aggressiva e con grande presa mediatica. Anche in questo sembra assomigliare sempre di più all’Europa.

Lampedusa, dopo lo show della politica si torna alla vita vera

“Atmosfere tragiche”, toni cupi, echi “da Giulio Cesare”, intrighi da commedia, tratti grotteschi, personaggi da melodramma e suspense da thriller. Ieri nelle aule del nostro Parlamento è andato in scena una delle più avvincenti pièce politiche degli ultimi anni. Un concentrato di tutti i generi possibili e immaginabili della letteratura teatrale, animato da istrioni e comprimari.

I timori per i destini del nostro Paese, sempre più sull’orlo del precipizio, non impedivano di seguire con trepidazione l’esito del voto di fiducia a Enrico Letta. E poi i traditi e i traditori, i vinti e gli sconfitti, il crepuscolo su quello che sembrava l’intramontabile regno di Silvio Berlusconi, la rivincita della politica poco muscolare, la probabile rinascita di una nuova, vecchia, Dc.

Questa mattina c’erano ancora nuovi scenari da commentare, sviluppi, ipotesi sui destini di alcuni dei protagonisti della nostra politica. E ancora tanto rumore di sottofondo. Poi però la realtà ha fatto irruzione.

Nelle acque di Lampedusa hanno perso la vita 94 persone, 250 sono disperse. Uomini, donne e bambini hanno perso la vita per raggiungere un Paese, che, paradossalmente, sembra non avere più nulla da dare nemmeno a chi lo abita da sempre.

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Eccola la tragedia, quella vera e non letteraria, quella che non si riesce a raccontare veramente e che ci riporta alla vita. Ieri, con adrenalina, si contavano i voti, oggi, con dolore, i morti. Le urla, i fischi e gli applausi degli onorevoli si zittiscono.

Il Papa, che sull’Isola era stato a luglio, grida “Vergogna!” L’agenda della politica viene annullata. “È una tragedia troppo grande per poterci dedicare oggi alle vicende interne al nostro Gruppo parlamentare e al nostro Partito”, commenta Berlusconi. Alfano cancella la riunione con i ministri del Pdl e parte per Lampedusa. Ci andrà anche la presidente della Camera Boldrini.

Per un attimo cala il silenzio, ma è subito rotto dalle dichiarazioni.

Comincia il balletto delle accuse, le più forti arrivano dalla Lega “Tutta colpa del duo dell’integrazione Kyenge-Boldrini, il cui pensiero ipocrita preferisce politiche buoniste alle azioni di supporto nei paesi del terzo mondo e ha portato a risultati drammatici come questi.

Continuando a diffondere senza filtri messaggi di accoglienza si otterrà la sola conseguenza di mietere più vittime di una guerra. Tanto la Boldrini quanto la Kyenge hanno sulla coscienza tutti i clandestini morti in questi ultimi mesi”, commenta Gianluca Pini, vicepresidente del gruppo Lega Nord a Montecitorio.

“Siamo al punto di non ritorno con questa forza politica. Se uno vuole prendere il palcoscenico, non è questo il momento per farlo “, replica il ministro dell’Integrazione Kyenge.

E oggi, davvero, il tempo degli show è finito. Gli attori della politica vogliono troppo spesso recitare da protagonisti. Ora però deve calare il sipario. È tempo, in Italia come in Europa, di riflettere, prendersi responsabilità e affrontare questa drammatica emergenza.

Pubblicato su Huffington Post il 3 ottobre 2013 

Angela Merkel, la vittoria straordinaria di una leader normale

Andare al supermercato, soffermarsi tra gli scaffali, magari per scegliere il prodotto a miglior prezzo. Lo fanno tutti, anche le donne più potenti del mondo. Anche quando hanno appena concluso la campagna elettorale e si preparano a guidare per il proprio Paese per la terza volta.

Lo fa Angela Merkel, immortalata dal quotidiano spagnolo El Pais, mentre spinge il carrello della spesa, dopo l’ultimo comizio e con una delle sue ormai iconiche giacche.

La donna forte di Germania, e d’Europa, ha sempre contrapposto al suo potere politico un’immagine pubblica e un modo di comunicare molto semplice, pragmatico e a volte al limite del sottotono.

Guardando le foto delle sue vacanze a Ischia o sulle Dolomiti o la sua esultanza genuina, quasi goffa, durante le partite della nazionale, non viene subito da pensare a una leader, eletta da Forbes “donna più potente del mondo”, o alla prima e più giovane Kanzlerin della storia di Germania.

La scuola in cui ha tenuto una lezione sul Muro di Berlino, durante il 52esimo anniversario della costruzione era la sua cornice perfetta. La parte della professoressa è un ruolo che le calza a pennello. Usa spesso e volentieri il termine Hausaufgabe, cioè compiti a casa, da assegnare con rigore ai paesi europei dalle economie traballanti: Italia, anche, Spagna, Portogallo e Grecia, soprattutto.

Con loro è inflessibile e severa. Per molti spietata.

In patria, dove non a caso è stata ribattezzata Mutti, trasmette fiducia, è più incline alla ricerca del consenso e alla mediazione. Doti che saranno utili anche in una eventuale Große Koalition.

Partiva come favorita, ma in una campagna elettorale che si è scaldata solo all’ultimo non ha comunque brillato. Come già accaduto nel 2005 e nel 2009.

La Merkel è sicura, decisionista, alle parole preferisce i fatti. Da buona scienziata pondera tutto scrupolosamente. Non cerca di sedurre i mass media, non è un’abile oratrice, non graffia l’avversario.
Questa è la sua cifra, nella quotidianità come in politica, e fino a oggi ha funzionato.

Il terzo mandato ha bisogno di qualche cosa di più. Lo scenario politico tedesco è in parte cambiato e il Paese, giovane e sempre più multiculturale, non ha bisogno solo di stabilità, ma anche di nuove prospettive di occupazione, di un ruolo diverso in Europa e in politica estera.

Angela Merkel ha già un posto nella storia europea. È l’unica leader del vecchio continente ad essere stata riconfermata dopo la crisi economica e finanziaria e, con i suoi probabili 12 anni di governo, eguaglia persino la Lady di ferro Margareth Thatcher.

Per essere un capo di Stato davvero fuori dall’ordinario dovrà prendersi qualche rischio, dimostrare di sapersi evolvere, politicamente, ma anche nella comunicazione, e guidare la Germania verso un nuovo corso.

Pubblicato su Huffington Post il 23/9/2013

A Milano, in un sabato d’agosto, torna Forza Italia

A Milano, in un sabato d’agosto, torna Forza Italia. Questa volta per davvero. Mentre tutti gli occhi sono puntati su Marina e il Cavaliere attende, con poca speranza, una risposta del Colle alla richiesta del Pdl di restituirgli l’agibilità politica dopo la condanna in Cassazione, nel cuore della Chinatown meneghina compare un manifesto di Forza Italia. Non è ancora scattata la deadline ferragostana, ma tant’è.

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La foto mostra Silvio Berlusconi che infiamma la folla da un palco “azzurro libertà”. Ma più che un palco, sembra un ring. Perché lo scontro è appena cominciato. Il Cav e i suoi fedelissimi promettono “un’operazione verità contro l’attentato alla democrazia”. Nel fortino di Arcore si studiano i sondaggi, si lanciano segnali di guerra sull’Imu, si medita sul voto.

E, intanto, si torna al 1994. Un tuffo nel passato, visivo, comunicativo e politico. L’emblema perfetto dell’immobilismo italiano.

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post il 12/8/2013

Una barca come altare e una campagnola come papa mobile. La semplicità di una visita papale storica

Una barca diventa l’altare, un timone il leggio. Non ci sono Capi di Stato, ma un prefetto in jeans. Al posto dei porporati e delle musiche sacre, i migranti, anche non cattolici, e le loro canzoni. Uno di loro indossa la maglietta di Che Guevara. La papamobile non c’è, e rimasta in Vaticano. In questo lembo di terra selvaggia ci si muove con una macchina più semplice: una Fiat Campagnola, prestata da un milanese che da 20 anni è un habituè dell’Isola. Solo i sedili posteriori sono stati modificati

La visita a Lampedusa è già di per se un evento storico, ma Papa Francesco l’ha resa ancora più carica di simbolismo e di dettagli che, uniti insieme, diventano l’ennesima dimostrazione della volontà del Pontefice di cambiare il registro della Chiesa. Nei fatti, ma anche nelle parole e nei gesti.

papa campagnola

Per questo viaggio Jorge Mario Bergoglio non ha voluto spese straordinarie e ha chiesto di non stravolgere la quotidianità degli abitanti di Lampedusa. A scuotere gli animi ci sono le sue parole, potentissime, come sempre.

Durante l’omelia si è scagliato contro “la globalizzazione dell’indifferenza, che fa dimenticare le tragedie dell’immigrazione” e ha ricordato come quelle vite spezzate in mare siano per lui “una spina nel cuore”. Concetti ribaditi anche su Twitter, dove ha cinguettato: “Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi”

Perché la rivoluzione del Papa argentino e della sua Chiesa un po’ più spontanea e più vicina alle persone e un po’ più lontana dagli intrighi dello Ior e della Curia, passa, anche, da qui.

Pubblicato su Huffington Post l’8/7/2013