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Palazzo Reale: largo ai giovani artisti

A Palazzo Reale, sede delle grandi mostre milanesi, tra le nature morte di Arcimboldo e i quadri metafisici di Alberto Savinio ci sono anche 18 giovani artisti. Sono i finalisti della V edizione del premio Ariane de Rotschild, che ha messo in palio una borsa di studio al prestigioso Central Saint Martins College of Arts and Design.

A vincerla è stata la torinese, classe 1982, Ludovica Carbotta con la scultura in legno Tempo Imperfetto.

Tempo Imperfetto di Ludovica Carbotta


L’opera, assieme a quelle degli altri finalisti, sarà esposta a Palazzo Reale a Milano fino al 1°maggio, in una mostra che vuole essere “una fotografia dello stato dell’arte contemporanea”. I giovani artisti si presentano al pubblico con dipinti e sculture, ma anche con fotografie, installazioni e video.

Per saperne di più: ecco l’articolo sul premio Rotschild scritto per GQ.com 

L’enigma senza fine di Salvador Dalì. Il sogno saluta Milano

Non è un caso se il dominio di questo blog prende il nome da un’opera di Salvador Dalì. Lo straordinario genio catalano è il mio pittore, e per certi versi anche pensatore, preferito. Milano ha ospitato per quattro mesi una sua retrospettiva a Palazzo Reale. Più di 300 mila persone l’hanno visitata.

Visitatori in coda fuori da Palazzo Reale

Ancora ieri, ultimo giorno, le code erano lunghissime, ma nessuno, nonostante il freddo, abbandonava l’impresa. Adulti, giovanissimi e persino molti bambini, hanno aspettato pazientemente per sognare con i quadri e le installazioni visionarie del pintor di Figueras.

Il mio giudizio sulle opere non può che essere entusiastico e, ovviamente, imparziale; per questo mi limiterò a commentare l’allestimento, curato dall’ architetto Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Salvador Dalí.

Buona l’idea di suddividere le sale della mostra per aree tematiche. Il fil rouge dell’esposizione è il rapporto tra l’artista e i paesaggi. Si comincia con quelli storici, con cui Dalì si confronta con il passato classico (la mostra si apre proprio con La venere di Milo a cassetti)  e con il suo tempo, scandito dalla guerra civile spagnola e da quella Mondiale.

Venere di Milo a Cassetti

La seconda sezione, intitolata “Paesaggi autobiografici: guardare dentro di sè”,racconta il periodo surrelista. La prima stanza è all’Immaginario (altro nome a me caro), qui vengono indagate le tematiche connesse all’inconscio e alla ricerca freudiana. La  seconda, uno dei differenziali della mostra è il riallsestimento della “Stanza di Mae West”. Dalì progettò quest’opera “totale” proprio con Tusquetes Blanca, che riesce a realizzarla per la prima volta  a Milano. La sala Mae West è anche la più interattiva: i visitatori possono sedersi sul divano a forma di labbra e rivedersi poi proiettati nella sala a fianco.

La Sala interattiva di Mae West

Dalla sensualità espolsiva di Mae West al trionfo del deserto, la terza stanza si intitola “Paesaggi dell’assenza: guardare oltre di sè” e racconta il progressivo abbandono della presenza umana e l’affermarsi dei paesaggi. I quadri carichi di elementi simbolici e personaggi del primo Dalì lasciano spazio a scenari che sfiorano l’astrazione, come “Il rapimento di Europa”, olio realizzato dall’artista nel 1983, anno della sua morte.

Il Rapimento di Europa

L’ultima sala ospita “Destino”, il cortometraggio che Dalì realizzo con Walt Disney fra il 1945 e il 1956 e fu costretto ad abbandonare per mancanza di fondi. Un capolavoro di animazione che racchiude in sè tutta la poesia e la cifra onirica dell’artista.

Vale da solo tutta la mostra in cui, va detto, mancavano molte delle opere fondamentali; quelle che c’erano non sempre erano valorizzate con un’adeguata illuminazione.

Ad ogni modo entrare nell’immaginifico mondo di Salvador Dalì e abbandondarsi ai suoi sogni è sempre un’esperienza da provare.

Egon Schiele e il suo tempo inquieto

Una enorme foto in bianco e nero  di Vienna apre la mostra che Palazzo Reale a Milano dedica a Egon Schiele. Una Vienna Felix, una cartolina della capitale austriaca con ruota panoramica del Prater d’ordinanza.

E’ in questa città pulsante e creativa che Egon Schiele comincia la sua carriera. Sono gli ultimi lampi di luce di un impero che tra i suoi domini annovera anche Milano.

La mostra molto ben allestita, come di solito non accade a Palazzo Reale, tra luci soffuse ad hoc e “accordi e disaccordi” di Gustav Mahler come colonna sonora, si apre con i primi disegni di Schiele. Un erotismo gioioso, in contrasto con una società moralista ma ossessionata dal sesso, è il soggetto principe di queste prime opere.

Seguono i dipinti, praticamente gli unici tra tanti schizzi e disegni nervosi e intensi, del periodo più intimista di Schiele, ovvero quello che segue il carcere. Grandi tele ad olio dai colori cupi che prendono il posto del rosso e dell’oro.

Chiudono l’esposizione tele nuovamente colorate che segnavano la fine della grande guerra. Egon Schiele stava cambiando stile, dipingeva paesaggi e cominciava a riutilizzare il colore, ma l’influenza spagnola lo uccide nel 1918.

In mostra ci sono anche le opere dei suoi contemporanei come Richard Gerstl, Oskar Kokoschka, Kolo Moser e Gustav Klimt

Ben fattto anche l’apparato didascalico che racconta l’influenza della psicanalisi di Freud e di alcuni temi, come ad esempio quello del doppio, sull’espressionismo austriaco. Il movimento viene contestualizzato in quel clima di “gioiosa apocalisse” che si respirava nella Vienna di inizio secolo. Un mondo in caduta libera che si preparava a scomparire, lasciando sempre più spazio ad una dimensione fortemente individualista, ma anche un grande eredità artistica, letteraria e filosofica.

Per scoprire il tempo decadente e inquieto di Egon Schiele c’è tempo fino al sei giugno.

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