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Matteo Renzi, così giovane e patinato da sembrare Justin Bieber

Lo sguardo è tra l’ironico e il seduttivo. La copertina è quella della versione italiana di un magazine patinato e lui non è un attore o un personaggio tv, anche se, confessa, magari, un giorno vorrebbe diventarlo. Lui è Matteo Renzi, sindaco di Firenze e, quasi certamente, prossimo segretario del Pd, questa settimana protagonista della copertina di Vanity Fair.

Fresco di vittoria nei circoli, mette a segno un’altra- a tratti incredibile-operazione comunicativa. Disciplina in cui, ormai, sembra non avere rivali. Non c’è più il giubbotto da Fonzie sfoggiato durante la discussa apparizione a Amici di Maria De Filippi, ma giacca bianca e camicia nera, incorniciate in ritratti con pose da divo e atmosfere rarefatte, anche se il set è Palazzo Vecchio.

I lettori, e soprattutto le lettrici, di Vanity Fair non sono il pubblico giovane del talent di Canale 5, né quello della domenica sera di Fabio Fazio e Matteo, camaleontico come sempre, si adatta.

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Il servizio, firmato da Giovanni Di Lorenzo, direttore italiano del tedesco Die Zeit, restituisce l’immagine di un Renzi sempre attaccato ai suoi principi di rottamazione e cambiamento, ma anche più maturo, a livello di immagine e, forse, non solo. Al punto da dirsi serenamente pronto ” a fare il presidente del Consiglio”.

L’effetto finale però è quasi straniante e gli scatti mettono in secondo piano le parole, che pure toccano questioni cruciali. La forma è potente, vince sul contenuto, come spesso gli viene rimproverato.

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Il bacio possibile e l’amore impossibile tra il poliziotto e la No Tav

Un attimo sospeso. Un minuto di silenzio nel frastuono, il più dolce dei gesti nel mezzo di uno scontro. In poche ore la foto del bacio tra la manifestante No Tav e il poliziotto ha fatto il giro dei media. Il simbolismo e l’estetica sono indiscutibilmente accattivanti. Lasciarsi andare al romanticismo è fin troppo facile. “Il mio unico amore è fiorito dal mio unico odio” scriveva William Shakespeare in Romeo e Giulietta. Montecchi e Capuleti come manifestanti e forze dell’ordine, sentimenti impossibili, per i secondi ancora di più.

Il bacio della Val di Susa, ovviamente, non è d’amore, ma un’iconica provocazione. Non è un momento di dolcezza in mezzo alla rivoluzione come nelle ormai celeberrime foto di Vancouver o di Gezi Park. Non sono i fiori offerti nel 1967 da Jan Rose Kasmir al soldato con il fucile spianato durante una manifestazione davanti al Pentagono contro la guerra in Vietnam.

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E’ la ragazza No Tav a condurre il gioco, le sue mani sottili afferrano con piglio deciso il casco del poliziotto. Lui è giovanissimo, ha un’aria bambina, e chiude gli occhi. Quasi provasse trasporto, quasi ci credesse davvero. Ma a dividere le labbra di lui da quelle di lei c’è una visiera, che rende possibile il bacio, ma lascia impossibile l’amore. Senza questo vetro che separa, simbolo dell’ordine costituito, l’effusione non ci sarebbe mai stata. La manifestante dai capelli neri non avrebbe mai baciato davvero il poliziotto. Inutile illudersi.

Il brusco risveglio avviene per mano della stessa Jasper Baol, così si firma la protagonista dello scatto, che su Facebook scrive: “E’ sempre molto divertente vedere come vengono reinterpretate le foto. La ragazza in questione sono io, e se vi interessa, non avevo nessuna voglia di manganello, nessuna pulsione frustrata, stavo pigliando per il c… una schiera di poliziotti antisommossa, che ci impedivano la strada. Nessun messaggio di pace, anzi, questi schifosi li appenderei solo a testa in giù, dopo quello che è successo a Marta, compagna molestata e picchiata. Quindi, con buona pace dei pacifisti yuppie e “cristianotti”, sì, sono contraria alle forze dell’ordine, sì lo stavo sfottendo alla grande, sì, il fotografo è stato fortunato…”.

Parole inequivocabili che siglano la fine di ogni romanticismo. Emozione è uno dei termini più abusati di questi tempi. Forse perché se ne sente il bisogno, al punto di credere, anche solo per un attimo, alla retorica dell’amore-impossibile-che vince sull’odio.

Pubblicato su Huffington Post Il 18 novembre 2013

Una barca come altare e una campagnola come papa mobile. La semplicità di una visita papale storica

Una barca diventa l’altare, un timone il leggio. Non ci sono Capi di Stato, ma un prefetto in jeans. Al posto dei porporati e delle musiche sacre, i migranti, anche non cattolici, e le loro canzoni. Uno di loro indossa la maglietta di Che Guevara. La papamobile non c’è, e rimasta in Vaticano. In questo lembo di terra selvaggia ci si muove con una macchina più semplice: una Fiat Campagnola, prestata da un milanese che da 20 anni è un habituè dell’Isola. Solo i sedili posteriori sono stati modificati

La visita a Lampedusa è già di per se un evento storico, ma Papa Francesco l’ha resa ancora più carica di simbolismo e di dettagli che, uniti insieme, diventano l’ennesima dimostrazione della volontà del Pontefice di cambiare il registro della Chiesa. Nei fatti, ma anche nelle parole e nei gesti.

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Per questo viaggio Jorge Mario Bergoglio non ha voluto spese straordinarie e ha chiesto di non stravolgere la quotidianità degli abitanti di Lampedusa. A scuotere gli animi ci sono le sue parole, potentissime, come sempre.

Durante l’omelia si è scagliato contro “la globalizzazione dell’indifferenza, che fa dimenticare le tragedie dell’immigrazione” e ha ricordato come quelle vite spezzate in mare siano per lui “una spina nel cuore”. Concetti ribaditi anche su Twitter, dove ha cinguettato: “Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi”

Perché la rivoluzione del Papa argentino e della sua Chiesa un po’ più spontanea e più vicina alle persone e un po’ più lontana dagli intrighi dello Ior e della Curia, passa, anche, da qui.

Pubblicato su Huffington Post l’8/7/2013

Claudia Cardinale, icona del cinema italiano, compie 75 anni

E’ stata la sensuale Angelica de Il Gattopardo, indimenticabile nel suo abito bianco mentre danza il valtzer con Burt Lancaster, la “Ragazza con la pistola”, ma anche quella “di Bube”. Ha vestito i panni della pistolera western e delle coraggiose donne italiane del dopoguerra. Ha interpretato film di Visconti, Fellini, Leone, Bolognini e Zeffirelli. Nel 1993 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera.

Claudia Cardinale, icona del nostro cinema, compie 75 anni il 15 aprile.

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Tra le grandi dive italiane è senza dubbio una delle mie preferite. Una bellezza sensuale e raffinata allo stesso tempo e una personalissima voce roca.

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Peccato che anche lei abbia ceduto alla tentazione del ritocchino. Soprassediamo in ricordo dei, gloriosi, tempi passati.

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Terremoto de L’Aquila, le “Macerie” quattro anni dopo

“Ho provato a urlare, ma la paura era talmente forte che la voce non usciva. La mia camera continuava a tremare, il letto, l’armadio, il comodino. Niente smetteva di muoversi”.

“Abbiamo sentito un boato fortissimo, mio padre ci ha fatto scendere tutti in taverna e ci siamo accucciati sotto una volta. Diceva che quello era il posto più sicuro”.

“Sono non vendente e il ricordo più forte di quel maledetto 6 aprile e’ il rumore delle macerie che continuavano a cadere”.

Nel dicembre 2010 sono stata a L’Aquila con la Scuola di Giornalismo che allora frequentavo per realizzare un documentario. La neve rendeva l’atmosfera ancora più spettrale. Il centro storico era deserto anche nel fine settimana prima di Natale. Le tradizionali bancarelle erano allestite ma chiuse, a guardare da lontano c’erano solo i solo i soldati dell’esercito che ancora presidiavano la città.Quella pietra preziosa incastonata tra i monti del Gran Sasso voleva ancora mostrare il suo splendore dai pallazzi puntellati, dalle transenne della zona rossa, ma i cumuli di macerie ricordavano ad ogni angolo la scossa di terremoto del 6 aprile 2009. Ho conosciuto tante persone in quei giorni, ognuno mi ha raccontato la sua storia, il suo ricordo, la sua impressione e la sua esperienza su come questa emergenza è stata gestita dalle istituzioni locali e nazionali. Qualcuno mi ha parlato di soccorsi tempestivi, qualcun’altro di totale abbandono. Ad ogni modo L’Aquila è una città ancora tutta da ricostruire, soprattutto nel tesstuto sociale, e che porta cicatrici enormi. Probabilmente indelebili.

Tra le persone incontrate a L’Aquila, e che mi hanno aiutata nel lavoro, c’è  Umberto Braccili, giornalista della TGR Rai Abruzzo. Umberto è anche autore di “Macerie dentro e fuori” , un libro che racconta le storie di 13 ragazzi morti durante il terremoto. Lo hanno finanziato i genitori delle vittime perché la memoria di questa tragedia non venga offuscata, ma anche per indagare sulla disinformazione che ha contraddistinto i giorni precedenti al sisma, il mancato allarme e le case “di burro” costruite nel centro storico.

Colle Maggio ancora puntellata nel dicembre 2010

Colle Maggio ancora puntellata nel dicembre 2010

Il volume è scaricabile gratutitamente in formato PDF anche dal sito personale di UmbertoVale la pena leggerlo per ricordare il Terremoto de L’Aquila dalle parole di chi lo ha vissuto e per non dimenticare che c’è una città che ancora aspetta di rinascere.

Dieci anni dalla guerra in Iraq. Le icone del conflitto

Il 20 marzo 2003, alle 3.30 ora italiana, con un bombardamento di Baghdad, cominciava il secondo conflitto in Iraq. Oggi il quotidiano inglese The Guardian ripercorre la storia della guerra, segnata dalla contrapposizione tra George W.Bush e Saddam Hussein, attraverso le sue immagini più significative. Raccontano storie e, soprattutto, persone.

Qui il link alla gallery

Staff Sergeant Lonnie Roberts cries at a memorial service in Baghdad

Il bacio di Klimt tra le rovine della Siria impazza su Social. Non è un murales, ma photoshop

Da qualche giorno impazza su Twitter, e anche su altri social media, un’immagine evocative e poetica. Ritrae un palazzo siriano sventrato dalle bombe su cui è stato dipinto il bacio di Klimt.

In realtà nessuno è riuscito a riprodurre il celebre quadro nei quartieri devastati di Damasco. Si tratta di un fotomontaggio. Lo ha realizzato Tamam Azzam, artista siriano che da anni vive e lavora a Dubai e usa le sue opere per denunciare i conflitti e le emergenze sociali del suo Paese.

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La sovrapposizione tra grandi opere contemporanee e scenari di guerra è una serie che Azzam ha creato per “sottolineare il parallelo tra le più grandi conquiste dell’umanità e la distruzione che l’uomo è in in grado di infliggere. “Il Bacio’” mostra l’amore e il rapporto tra le persone, è l’ho contrapposto a un simbolo, come un muro distrutto, che rappresenta la capacità del popolo di odiare il regime“, come raccontato al blogger de Il fatto Quotidiano Shady Hamadi

L’artista siriano Tammam Azzam, costretto a fuggire a Dubai lo scorso anno per evitare il servizio riservista nell’esercito.

L’artista è stato costretto a fuggire lo scorso anno per evitare il servizio riservista nell’ esercito. Non crede che l’arte possa salvare la Siria, ma che, almeno, serva a mantenere la speranza di un futuro migliore.

Impressioni di #Israele #1

Ogni viaggio ha bisogno del ritorno per essere apprezzato ancor di più. Ci vogliono dei giorni per lasciare decantare le sensazioni e far riaffiorare le riflessioni

Dai tetti di Gerusalemme

Dai tetti di Gerusalemme

Se la meta poi è un Paese bello e complesso come Israele, il tempo sembra non bastare mai.

Ai seggi elettorali

Ai seggi elettorali

Settimana scorsa sono stata a Gerusalemme e Tel Aviv per seguire le elezioni politiche.

Checkpoint tra Israele e Palestina

Checkpoint tra Israele e Palestina

In attesa di sbrogliare la matassa delle emozioni israeliana, ecco alcuni degli articoli scritti per Linkiesta, Tg com24 e Il Fatto quotidiano e, ovviamente, qualche foto.

Tra i mercati di Gerusalemme e Tel Aviv

Tra i mercati di Gerusalemme e Tel Aviv

Srebrenica, 17 anni dopo

Nel luglio 2010 sono stata a Srebrenica, Bosnia. Ricorreva il 15esimo anniversario di quello che è stato il più grave genocidio del dopo guerra. Per l’occasione tutte le più importanti autorità internazionali erano arrivate in questo paese, incastonato nelle valli balcaniche, dove ormai sembrano essere rimaste solo donne. Gli uomini, quasi 9.000, sono stati massacrati e buttati nelle fosse comuni. Qualcuno, ogni anno, torna al suo paese in una bara verde. A seppellirlo ci sono le mogli, le madri e le sorelle.

Srebrenica, cerimonia funebre. 11 luglio 2010

Le autorità, allora, auspicavano la cattura di Ratko Mladic, il generale serbo che ordinò il massacro. Il boia è stato catturato il 26 maggio dello scorso anno. Il processo a suo carico è ricominciato due giorni fa all’ Aja.

Qui il pezzo, con mie foto, scritto per GQ.com lo scorso anno, in occasione dell’arresto di Mladic.

Images of a Revolution-Iconografia delle rivoluzioni arabe #ijf12

Al Festival del giornalismo di Perugia si parla, anche, dell’iconografia delle rivolte che lo scorso anno hanno scosso il mondo arabo e nord-africano. Ne discutono all’Hotel Brufani Donatella Della Ratta, giornalista blogger ed esperta di Medio-Oriente, Imma Vitelli, reporter di Vanity Fair, Ali Bouazizi, attivista tunisino e Ibrahim Hamdan, videomaker di Al Jazeera e autore del documentario Images of a Revolution

Ed è proprio il lavoro di Hamdan a fare da filo conduttore al panel in cui si analizzano i riferimenti meta-fotografici delle rivoluzioni arabe. Movimenti di protesta nati nelle piazze e cresciuti grazie alle foto e ai video postati sui social network in un continuo gioco di rimandi tra le immagini ufficiali delle tv internazionali, i network digitali locali e le storie dei singoli, quelli che combattono contro i regimi e quelli che li sostengono.