L’America dello Shutdown assomiglia all’Europa. Tra debolezze, populismo e Tortilla

 

Pubblicato su L’Huffington Post il 17/10/2013

Gli Stati Uniti e il mondo intero hanno tirato un sospiro di sollievo. Lo Shutdown è finito. Dopo due settimane di blocco totale la macchina governativa può tornare a funzionare. Il Default è scongiurato e Barack Obama sorride di nuovo. Sembra una lieto fine, ma non lo è. Questi 16 giorni di immobilismo hanno mostrato il nuovo volto di un’America vulnerabile come non mai, economicamente e politicamente, e più vicina all’Europa, persino all’Italia.

Non a caso Enrico Letta, oggi a Washington per incontrare il presidente, ha detto ai microfoni della PBS di “capire bene i problemi di Obama, ne ho anche io a casa. So cosa significa quando ci sono scontri fra fazioni, partiti e individui” e in queste condizioni “non è facile raggiungere accordi politici”. Così anche l’America, dopo essere stata ostaggio dei Tea Party, si scopre terra di falchi e colombe, ma Capitol Hill, ovviamente, non è Montecitorio.

Quello che accade a Washington riguarda il mondo intero. Il colosso a stelle e strisce si scopre fragile e le economie emergenti, su tutte quella cinese, non mancano di sottolinearlo. Oggi un editoriale del China Daily paragonava la crescita locale alla crisi americana e si chiedeva se davvero fosse ancora così conveniente fare affari con gli Yankee, mentre il Wall Street Journal sentenziava “ormai assomigliamo alla Grecia”.

Cosa ne è allora della super potenza, della democrazia che sembrava perfetta? L'”american dream”, forse appannato già da tempo, si stinge sempre più velocemente. Perché se il crac, per il momento, è scongiurato, le divisioni restano. I repubblicani sono stati sconfitti in questa battaglia, che, in fondo, non ha vincitori, ma i Tea Party sembrano decisi a continuare la guerra verso il 2016, anno delle prossime elezioni. “Sono l’emblema di un Paese immobile, bigotto, che ha paura del cambiamento e che proprio a causa delle sue fobie mette a rischio la Nazione”, ha detto l’attore Robert Redford alla Cnn.

L’America torna a temere se stessa, non più il nemico straniero, ma il suo lato più oscuro, quello più ruspante e più cattivo. Persino l’immagine degli accordi segreti tra i Tea Party, guidati dal durissimo texano Ted Cruz, stretti non tra i banchi del congresso, ma tra i tavoli di un fast food mexicano, il Tortilla Coast, è diventato un evocativo tormentone mediatico.

Come a dire: “Quelli che tenevano il mondo appeso un filo pianificavano le proprie mosse tra burritos, patatine fritte e salse piccanti”. Così anche l’America ha la sua nuova frangia politica populista, aggressiva e con grande presa mediatica. Anche in questo sembra assomigliare sempre di più all’Europa.

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About micolsarfatti

Giornalista professionista, ex studentessa del Master in giornalismo IFG-Walter Tobagi di Milano. Vera indole scorpionica, perennemente inquieta e curiosa. La passione per le immagini e la comunicazione visiva nasce ai tempi della tesi sulla propaganda cartellonistica repubblicana durante la Guerra Civile spagnola. Mi piace scrivere di icone e iconografie, ma anche di attualità, temi sociali, lifestyle, ambiente e esteri, soprattutto Russia e Israele. Ho scritto per Il Riformista, Il Fatto Quotidiano, City, GQ, A, Sette, Terre di Mezzo, Articolo 21, Where Milan et alii. Ho raccontato storie per RSI Radio Svizzera Italiana e girato video per GQ.com e A. Per contattarmi: immaginario104@gmail.com Twitter @micolsar

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