INDIGNADOS, SIMBOLI E IMMAGINI DI UNA PROTESTA DA MADRID A NEW YORK

Piazza Tharir  un anno fa, oggi Russia, Bielorussi e Ungheria.

Da lungo tempo ormai un’onda di dissenso  travolge prima il Nord Africa poi l’Europa e il resto del mondo. Sono giovani, meno giovani, studenti, disoccupati. Scendono in strada e occupano le piazze. Si chiamano Indignados e protestano contro precariato, carovita, strapotere delle banche, governi e mancanza di prospettive. Le fotografie dei loro cortei, i loro volti e i loro slogan hanno fatto il giro del mondo e sono entrati nell’immaginario collettivo. Ogni Paese, però, ha creato una rappresentazione personalizzata della protesta.

SPAGNA, IL DISCO ROTTO DELLA POLITICA

Tutto comincia con il pamphlet (Indignatevi!) scritto da Stéphane Hessel, partigiano francese, oggi 93enne, che sollecita i giovani ad arrabbiarsi, recuperare le ambizioni e la voglia di cambiare la società. I primi a seguire il suo monito sono gli spagnoli, che danno vita al Movimento 15-M, 15 di maggio, data in cui occupano 58 piazze del Paese. Si organizzano con Facebook e Twitter, versione aggiornata e “social” dei collettivi e delle assemblee sessantottine. Da Madrid a Bilbao manifestano 8 milioni di persone. Le prime immagine degli Indignados, destinate a fare scuola, sono quelle dell’occupazione di Puerta del Sol di Madrid. Alcuni decidono di piantare delle tende, le prime di una lunga serie. Non hanno un leader né richieste precise, ma tanta creatività. I loro cartelli sono un trionfo di colori e di slogan accattivanti, durante le manifestazioni ci sono persino sessioni di bodypainting. Più che una protesta, spesso, sembra una festa. Un’atmosfera ben rappresentata da El Roto, vignettista del quotidiano El Pais. Un suo schizzo dà slancio allo slogan simbolo dei 15-M. El roto disegna un disco 45 giri con scritto sopra: “Elezioni, che tu scelga il lato A o il lato B la musica non cambia”. Così gli indignati, alle elezioni anticipate del 20 novembre, scelgono di non stare né con i popolari di Rajoy, che stravincono comunque, né con i socialisti di Pérez Rubalcaba.

Indignados alla Puerta del Sol di Madrid (Foto Getty)

ISRAELE, REGIA PERFETTA

La musica iberica arriva in Israele. Qui il simbolo del dissenso sono le tende e, caso quasi unico nell’indignazione globalizzata, una giovanissima leader, che contende la scena alla cilena Camila Vallejo . Lo scorso agosto migliaia di giovani occupano Rothschild Boulevard a Tel Aviv per protestare contro il carovita e il caro affitti. Il 2 settembre 400 mila persone manifestano per le strade di tutto il Paese, da Gerusalemme a Haifa. I cortei hanno il clima festoso di quelli spagnoli, ma l’organizzazione è superiore. Il merito è di Dafne Leef, regista 25enne, che dirige, è proprio il caso di dirlo, l’indignazione ebraica, diventandone il simbolo. E’ lei a creare l’evento su Facebook “Emergenza, prendiamo una tenda e scendiamo in strada”, in pochi giorni quasi 4.000 persone le danno retta. E’ lei a dar vita alla prima e unica protesta sociale di massa di Israele. Capelli biondi, look bohemiéne, padre compositore e piglio da pasionaria, la regola di Dafne è “Parlare in modo semplice per parlare a tutti”, un mantra rivelatosi vincente.

La protesta per le strade di Tel-Aviv, Israele

OCCUPY WALL STREET, QUEL 99 PERCENTO CON LA MASCHERA DI GUY FAWKES

A settembre anche l’America si indigna. Ancora tende, ancora internet. Questa volta non si usano solo i social network, ma anche un sito dedicato, Occupywalllst.org. e i video postati in tempo reale su You Tube. Qui non c’è un unico leader, ma un’organizzazione capillare, che dirige il sit-in di Zuccotti Park. Il movimento Occupy conquista in poco tempo quasi tutti gli Stati Uniti. Le forze dell’ordine tentano più volte di sgomberare tende e manifestanti, ma loro resistono. Nella patria dell’entertainment a sostenere la protesta arrivano il regista Michael Moore, l’attrice Susan Sarandon, il filosofo star Slavoj Zizek e Roberto Saviano. I simboli dell’indignazione a stelle e strisce sono lo slogan “Siamo il 99%”, riferito all’ 1% degli americani che detiene la ricchezza del Paese, e le maschere di Guy Fawkes, militare inglese che nel 1605 cospirò contro Giacomo I, noto grazie al fumetto e al film V per Vendetta. A lanciare le maschere con il suo volto sono stati, nel 2008, gli hacker di Anonymous, supporter della prima ora dell’occupazione di Wall Street. Forse gli Occupy non sanno che ad ogni maschera comprata pagano dazio alla multinazionale Time Warner Inc., che possiede i diritti per l’immagine di Fawkes e che, ad oggi, ha guadagnato così 28 milioni di dollari.

Occupy Wall Street con Guy Fawkes (Foto Getty)

E L’ITALIA?

Il volto del cavaliere inglese piace anche agli Indignados italiani, soprattutto ai più giovani. Il movimento arriva nel nostro Paese la scorsa primavera, sulla scia di quello spagnolo. Anche qui si diffonde con Facebook, il gruppo Indignados Italia!! conta più di 23.000 iscritti e unisce anime profondamente diverse. Alcuni dicono di «voler cambiare il paese e creare una democrazia partecipativa, senza nessuna appartenenza politica specifica». Altri rivendicano ideali più politicizzati. A coniare gli slogan sono soprattutto gli studenti che scendono in strada al grido di “Save school not bank” e “Not in our debt”. La frammentazione diventa palese durante la manifestazione nazionale del 15 ottobre. Quella che doveva essere una giornata mondiale di protesta pacifica per le strade di Roma, si trasforma in guerriglia urbana. Un centinaio di black block irrompono nel corteo lanciando pietre, ribaltando cassonetti e incendiando macchine. Ci sono decine di feriti, alcuni gravi. Tra gli arrestati c’è Fabrizio Filippi, 23 anni, detto Er Pelliccia. Viene fotografato mentre lancia un estintore a torso nudo. Gli Indignados condannano il gesto e non lo riconoscono come uno dei loro, ma, alla fine, quello scatto fa il giro del mondo. È così dirompente da diventare il simbolo della protesta non pacifica italiana.

Fabrizio Filippi, alias Er Pelliccia

Il paradosso della foto di Filippi è paradigmatico del fenomeno Indignados. Un movimento globale che, in ormai più di sei mesi, non è riuscito a fare proposte concrete e, di conseguenza, a ottenere risultati. Ma che, grazie al suo impatto visivo e mediatico e al suo nuovo lessico, è riuscito a farsi conoscere e a fare parlare di sé. Anche senza leader.

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