L’enigma senza fine di Salvador Dalì. Il sogno saluta Milano

Non è un caso se il dominio di questo blog prende il nome da un’opera di Salvador Dalì. Lo straordinario genio catalano è il mio pittore, e per certi versi anche pensatore, preferito. Milano ha ospitato per quattro mesi una sua retrospettiva a Palazzo Reale. Più di 300 mila persone l’hanno visitata.

Visitatori in coda fuori da Palazzo Reale

Ancora ieri, ultimo giorno, le code erano lunghissime, ma nessuno, nonostante il freddo, abbandonava l’impresa. Adulti, giovanissimi e persino molti bambini, hanno aspettato pazientemente per sognare con i quadri e le installazioni visionarie del pintor di Figueras.

Il mio giudizio sulle opere non può che essere entusiastico e, ovviamente, imparziale; per questo mi limiterò a commentare l’allestimento, curato dall’ architetto Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Salvador Dalí.

Buona l’idea di suddividere le sale della mostra per aree tematiche. Il fil rouge dell’esposizione è il rapporto tra l’artista e i paesaggi. Si comincia con quelli storici, con cui Dalì si confronta con il passato classico (la mostra si apre proprio con La venere di Milo a cassetti)  e con il suo tempo, scandito dalla guerra civile spagnola e da quella Mondiale.

Venere di Milo a Cassetti

La seconda sezione, intitolata “Paesaggi autobiografici: guardare dentro di sè”,racconta il periodo surrelista. La prima stanza è all’Immaginario (altro nome a me caro), qui vengono indagate le tematiche connesse all’inconscio e alla ricerca freudiana. La  seconda, uno dei differenziali della mostra è il riallsestimento della “Stanza di Mae West”. Dalì progettò quest’opera “totale” proprio con Tusquetes Blanca, che riesce a realizzarla per la prima volta  a Milano. La sala Mae West è anche la più interattiva: i visitatori possono sedersi sul divano a forma di labbra e rivedersi poi proiettati nella sala a fianco.

La Sala interattiva di Mae West

Dalla sensualità espolsiva di Mae West al trionfo del deserto, la terza stanza si intitola “Paesaggi dell’assenza: guardare oltre di sè” e racconta il progressivo abbandono della presenza umana e l’affermarsi dei paesaggi. I quadri carichi di elementi simbolici e personaggi del primo Dalì lasciano spazio a scenari che sfiorano l’astrazione, come “Il rapimento di Europa”, olio realizzato dall’artista nel 1983, anno della sua morte.

Il Rapimento di Europa

L’ultima sala ospita “Destino”, il cortometraggio che Dalì realizzo con Walt Disney fra il 1945 e il 1956 e fu costretto ad abbandonare per mancanza di fondi. Un capolavoro di animazione che racchiude in sè tutta la poesia e la cifra onirica dell’artista.

Vale da solo tutta la mostra in cui, va detto, mancavano molte delle opere fondamentali; quelle che c’erano non sempre erano valorizzate con un’adeguata illuminazione.

Ad ogni modo entrare nell’immaginifico mondo di Salvador Dalì e abbandondarsi ai suoi sogni è sempre un’esperienza da provare.

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