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La città che sale #8 Che Milano sarebbe senza Ostello Bello?

Aveva aperto un anno fa, poco dopo la vittoria a sindaco di Giuliano Pisapia, ed era subito diventato un punto di riferimento per i backpackers internazionali, ma anche per i giovani milanesi. Ostello Bello è stato una delle novità più interessanti del nuovo corso milanese, un’ idea imprenditoriale voluta da un gruppo di ragazzi che ha trasformato il centro storico in un luogo in grado di accogliere tutti, non solo manager e dirigenti rampanti. Pochi mesi fa era arrivato secondo nella  classifica internazionale dei  migliori ostelli di nuova apertura.

Oggi sul gruppo Facebook di Ostello Bello è apparso questo annuncio:

Il Comune di Milano ci ha notificato l’avvio del procedimento per la chiusura di Ostello Bello, premiato a Dublino pochi mesi fa come secondo miglior nuovo ostello al mondo. 3 anni passati ad impazzire per rispettare assurde normative di ogni tipo non sono serviti. Alla 15° visita in 8 mesi pensano di aver trovato l’appiglio necessario. Noi rimaniamo qua. A lavorare con serietà, passione ed entusiasmo. 
Ostello Bello

Ostello Bello

La notizia ha scatenato le reazioni della rete e dei tanti che vogliono continuare a frequentare un posto unico, con wi-fi gratis e  arredi particolari, dove si può pernottare a prezzi competitivi, ma anche pranzare o bere un aperitivo. Magari dopo uno degli incontri  su temi culturali, artistici o sociali a cui hanno partecipato giornalisti, musicisti, designer e persino il Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro.

Il sindaco Pisapia ha dato, tramite il suo profilo twitter, la  disponibilità a trovare una soluzione. Speriamo sia davvero così. Per una città che ha bisogno di rilanciarsi e che si prepara all’appuntamento con Expo 2015 sarebbe una brutta perdita.

La città che sale #4. Buona notte a Milano con la neve

Buona notte a una romantica Milano innevata, per ora senza particolari disagi.
I mezzi AMSA sono già al lavoro per spargere il sale sulle strade e i mezzanini della metropolitana sono stati aperti per dare rifugio ai senza tetto. In attesa del vero gelo siberiano che abbasserà drasticamente le temperature con valori intorno ai -15 gradi.

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Le visioni di Anish Kapoor

Se il weekend di pioggia ha mandato a monte i programmi balneari o mette malinconia, e se siete a Milano o a Venezia, la soluzione si chiama Anish Kapoor. L’artista di origine indiane e ebreo-irachene, geniale e visionario, è in mostra con due installazioni nel capoluogo lombardo e ce ne è anche una tra gli eventi collaterali della Biennale d’Arte in Laguna.

PER SAPERNE DI PIù ECCO IL PEZZO (CON FOTOGALLERY) SCRITTO PER GQ.com

Dirty Corner di Anish Kapoor alla Fabbrica del Vapore di Milano

Un tunnel in acciaio lungo 62 metri, con un ingresso a calice di quasi 9 metri, da percorrere nel buio totale.

Una monumentale scultura di cera rossa, disposta in un contenitore circolare e composta da un braccio metallico connesso con un motore ad idraulico che gira sopra un asse centrale spingendo e schiacciando la cera. In un lento e infinito atto di creazione e distruzione.

Sono le due installazioni “milanesi”del visionario artista Anish Kapoor. La prima,Dirty Corner,  ospitata alla Fabbrica del Vapore, la seconda, My Red Homeland alla “Rotonda della Besana”. Una terza, invece, è a Venezia, in concomitanza con la 54esima Biennale d’Arte che inaugurerà domani. Ascension, questo il nome dell’opera ospitata nella Basilica di San Giorgio Maggiore, è stata realizzata per la prima volta a San Giminiano, poi in Brasile e in Cina. L’installazione site specific è stata realizzata grazie Galleria Continua e Illy Caffè.

In tutte e tre le opere Kapoor prosegue la sua ricerca sullo spazio e sulla materia: “cercando -come egli stesso dichiara- sensazioni, spaesamenti percettivi, che porteranno a ognuno, diversi e insospettabili”.

Il metallo e la cera caratterizzano la sua ultima produzione.

Kapoor ha realizzato mostre personali alla Kunsthalle di Basilea, alla Tate Gallery e Hayward Gallery di Londra, al Reina Sofia di Madrid, al CAPC di Bordeaux, al CCBB-Centro Cultural Banco do Brasil a Brasilia, Rio de Janeiro e San Paolo e, più recentemente,alla Haus der Kunst di Monaco e presso la Royal Academy di Londra. Nel 2010 ha esposto per la prima volta in India con personali alla National Gallery of Modern Art di New Delhi e al Mehboob Studios di Munbai. Molte le collezioni pubbliche e private che ospitano le sue opere, tra queste il MoMA di New York e Stedelijk Museum di Amsterdam. Anish Kapoor ha ricevuto il Premio Duemila alla Biennale di Venezia del 1990, il Turner Prize nel 1991, è stato premiato come Honorary Fellowship al London Institute nel 1997 e nel 2003 ha ricevuto il CBE.

ANISH KAPOOR
31 maggio – 9 ottobre 2011
MILANO, ROTONDA DI VIA BESANA – via Enrico Besana, 12
31 maggio – 11 dicembre 2011
MILANO, FABBRICA DEL VAPORE – via Procaccini, 4
Orari:    lunedì 14.30 – 19.30. Da martedì a domenica 9.30-19.30. Giovedì  e sabato 9.30-22.30
VENEZIA, BASILICA DI SAN GIORGIO
Isola di San Giorgio Maggiore, 30124 Venezia
lun-sab: 10:00-13:00 / 14:30-18:00 | dom: 9:00-11:00 / 14:30-18:00


L’enigma senza fine di Salvador Dalì. Il sogno saluta Milano

Non è un caso se il dominio di questo blog prende il nome da un’opera di Salvador Dalì. Lo straordinario genio catalano è il mio pittore, e per certi versi anche pensatore, preferito. Milano ha ospitato per quattro mesi una sua retrospettiva a Palazzo Reale. Più di 300 mila persone l’hanno visitata.

Visitatori in coda fuori da Palazzo Reale

Ancora ieri, ultimo giorno, le code erano lunghissime, ma nessuno, nonostante il freddo, abbandonava l’impresa. Adulti, giovanissimi e persino molti bambini, hanno aspettato pazientemente per sognare con i quadri e le installazioni visionarie del pintor di Figueras.

Il mio giudizio sulle opere non può che essere entusiastico e, ovviamente, imparziale; per questo mi limiterò a commentare l’allestimento, curato dall’ architetto Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Salvador Dalí.

Buona l’idea di suddividere le sale della mostra per aree tematiche. Il fil rouge dell’esposizione è il rapporto tra l’artista e i paesaggi. Si comincia con quelli storici, con cui Dalì si confronta con il passato classico (la mostra si apre proprio con La venere di Milo a cassetti)  e con il suo tempo, scandito dalla guerra civile spagnola e da quella Mondiale.

Venere di Milo a Cassetti

La seconda sezione, intitolata “Paesaggi autobiografici: guardare dentro di sè”,racconta il periodo surrelista. La prima stanza è all’Immaginario (altro nome a me caro), qui vengono indagate le tematiche connesse all’inconscio e alla ricerca freudiana. La  seconda, uno dei differenziali della mostra è il riallsestimento della “Stanza di Mae West”. Dalì progettò quest’opera “totale” proprio con Tusquetes Blanca, che riesce a realizzarla per la prima volta  a Milano. La sala Mae West è anche la più interattiva: i visitatori possono sedersi sul divano a forma di labbra e rivedersi poi proiettati nella sala a fianco.

La Sala interattiva di Mae West

Dalla sensualità espolsiva di Mae West al trionfo del deserto, la terza stanza si intitola “Paesaggi dell’assenza: guardare oltre di sè” e racconta il progressivo abbandono della presenza umana e l’affermarsi dei paesaggi. I quadri carichi di elementi simbolici e personaggi del primo Dalì lasciano spazio a scenari che sfiorano l’astrazione, come “Il rapimento di Europa”, olio realizzato dall’artista nel 1983, anno della sua morte.

Il Rapimento di Europa

L’ultima sala ospita “Destino”, il cortometraggio che Dalì realizzo con Walt Disney fra il 1945 e il 1956 e fu costretto ad abbandonare per mancanza di fondi. Un capolavoro di animazione che racchiude in sè tutta la poesia e la cifra onirica dell’artista.

Vale da solo tutta la mostra in cui, va detto, mancavano molte delle opere fondamentali; quelle che c’erano non sempre erano valorizzate con un’adeguata illuminazione.

Ad ogni modo entrare nell’immaginifico mondo di Salvador Dalì e abbandondarsi ai suoi sogni è sempre un’esperienza da provare.

Made in Italy messo in croce. Pubblicità schock di un imprenditore

L’imprenditore-stilista bolognese Carlo Chionna meditava da tempo un’azione clamorosa contro il sistema italiano “che strangola le imprese con tasse altissime” . Lui, paladino del Made in Italy, la sua personale crociata l’aveva cominciata nel 2005 e nel 2007 si era fatto ritrarre in versione gladiatore su un manifesto in cui si dichiarava “disposto a tutto pur di salvare la moda”. Il vero coupe de theatre, però, è arrivato poco giorni fa, quando ha deciso vestire i panni di Cristo crocefisso per una nuova pubblicità pro Made in Italy. Chionnna si è fatto fotografare vestito solo di un drappo, appeso alla croce e sovrastato dalla scritta “Padre perdona loro perchè non sanno quello che indossano”, seguita dall’invocazione “Dio salvi il Made in Italy”.

La pubblicità shock di Carlo Chionna

Il manifesto, affisso a Milano, che si prepara a ospitare le sfilate della Moda Uomo, Firenze, dove è in scena Pitti, e Bologna, città natale di Chionna, ha subito suscitato indignazione e polemiche, soprattutto nel capoluogo lombardo. Qui un gruppo di FareOccidente, associazione legata ai valori della cultura europea e occidentale, ha ricoperto il cartellone con strisce di carta e la scritta “pubblicità blasfema, vergogna”. Reazioni di sdegno sono arrivate anche da politici di entrambe gli schieramenti. Intanto Carlo Chionna, amareggiato, fa sapere dal suo sito che alcune tra le più importanti testate italiane, come Corriere della Sera, Stampa e Messaggero, hanno rifiutato di pubblicare la sua pubblicità, ma questo non lo fermerà. “Spero che il mio sacrificio non sia vano-dice lo stilista-imprenditore- e che si possa rompere il muro di silenzio e falsità che attualmente copre la “fatiscente” legge sulla tutela del vero Made in Italy. Dedicato a tutti coloro che ci credono ancora”.

Basterà a far risorgere il sistema moda italiano?

 

 

Museo del ’900, convince poco nonostante il New York Times

Secondo il New York Times Milano è l’unica città italiana che valga la pena visitare nel 2011. Non solo per la “solita” moda o il “solito” design, ma soprattutto per l’arte e la cultura. Negli ultimi anni il capoluogo lombardo ha, finalmente, cominciato a valorizzare il suo patrimonio artistico, allestendo mostre con affluenze record (ad esempio le retrospettive di Palazzo Reale dedicate a Schiele, Hopper e Dalì) e creando nuovi spazi museali. Tra questi quello che ha avuto più successo è il Museo del ’900, che, inaugurato appena un mese fa, ha già avuto più di 200mila visitatori. Nel palazzo dell’Arengario sono esposte 350 opere. Si comincia con il magnifico Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo e si finisce con i Tagli di Fontana e gli Achrome di Piero Manzoni, tutto in rigoroso ordine cronologico. Ci sono quadri di Picasso, tutto il Futurismo, dagli Addii di Boccioni agli esperimenti grafici di Marinetti, la Metafisica di De Chirico, il Novecento di Mario Sironi e Achille Funi e le nature morte di Morandi. Nel corridoio che porta all’uscita del museo c’è spazio anche per microesposizioni di artisti contemporanei attivi nel territorio nazionale.

Code all'ingresso del Museo del '900 in Piazza Duomo a Milano

La collezione, ereditata soprattutto  dal Padiglione d’Arte Contemporanea e della Casa Museo Boschi-Di Stefano, è notevole, ma l’allestimento lascia a desiderare.

“I musei nascondono per mostrare: il Museo del Novecento è invece proiettato verso la città”, si legge nella brochure di presentazione. Forse il difetto è proprio qui. I veri protagonisti sono l’Arengario e Milano, le opere sono esposte in corridoi stretti che non favoriscono una visione d’insieme e l’allestimento predilige toni spenti e colori che non valorizzano i quadri.

Il Palazzo dell'Arengario ospita il museo del '900

La stanza più bella è quella illuminata dalla Struttura al Neon per la IX Triennale di Lucio Fontana. Lo splendido apparecchio luminoso è protagonista in uno spazio completamente spoglio con muri neri e grandi vetrate che si affacciano sul Duomo illuminato. Tutti i visitatori si fermano incantati, stanno qualche minuto con il naso in sù a fissare le spirali di Fontana e poi si mettono a guardare fuori dalla finestra. La vera protagonista del Museo del ’900 è davvero Milano.

"Struttura Neon per la IX Triennale" di Lucio Fontana

Vista sul Piazza Duomo dalla Stanza di Fontana

Icone milanesi: 20 anni di Galleria Sozzani

Non più una teenager, ma ancora una ragazza. La storica galleria milanese di Carla Sozzani compie 20 anni. Due decenni di mostre internazionali e raffinate che hanno portato nel capoluogo lombardo, e in Italia, novità artistiche e fotografiche da tutto il mond, tra queste gli scatti del World Press Photo, il più famoso premio di fotogiornalismo. Ma Carla Sozzani ha anche portato a Milano fotografi, artisti e designers che fanno parte della vera nouvelle vague culturale. Senza pregiudizi, nè preconcetti.

Galleria Carla Sozzani, corso como 10, Milano

“Per recuperare un certo tipo di cultura dimenticata, ma anche per scoprire nuovi talenti”, come ha sottolineato. La galleristai ha scelto di festeggiare i primi 20 anni “artistici” con una mostra di Loretta Lux,  fotografa tedesca che ritrae bambini che richiamano l’iconografia di Goya e sembrano sospesi in una dimensione rarefatta e irreale.

Una delle opere di Loretta Lux, in mostra da questa sera alla Galleria Sozzani

Le celebrazioni continuano anche con un libro d’arte e memorie che ripercorre l’attività della galleria con gli autori, le installazioni e i biglietti di invito che sono diventati oggetti da collezione. Un’ulteriore testimonianza del successo di questo spazio culturale che è riuscito ad affermarsi anche fuori dai tradizionali circuiti dell’arte per diventare una vera icona milanese, e non solo.

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