Francia, una campagna provocatoria in difesa dei fotografi professionisti

La campagna della Upp

Stanchi di essere sfruttati e di vedere il loro lavoro sempre meno riconosciuto, i fotografi francesi hanno deciso di lanciare una campagna molto provocatoria, firmata dalla UPP Union des Photographes Professionels.

Protagonista del manifesto, che ha suscitato non poche polemiche, è un fotoreporter intento a scattare in condizioni estreme. Dietro di lui un elegante signore in una posa che non ha bisogno di spiegazioni. Sopra la headline “Ogni giorno il lavoro di un fotografo viene utilizzato senza il suo consenso”.

La campagna è stata fortemente voluta dai fotografi d’Oltralpe per dire basta a condizioni di lavoro ultra precarie e, a volte, anche poco dignitose. I free lance devono fare i conti con ritardi nei pagamenti di servizi che spesso vengono fatti a proprie spese e con le sempre più frequenti violazioni del copyright.

A quando un’iniziativa simile promossa dai giornalisti, che hanno esattamente gli stessi problemi?

Arte di protesta in Giappone. Un dito medio contro il nucelare

Non si fermano in Giappone le proteste contro il nucleare, amplificatesi dopo il tragico incidente dello scorso anno alla centrale di Fukushima. Nell ‘impero del Sol Levante si usano però forme di dissenso pacifiche e artistiche, la cui forma elegante riesce a veicolare anche un contenuto duro e  rabbioso. Come le candele a forma di [...]

Iconografie Pasquali, dai penitenti all’ Haggadah, ai lavoratori Wagon Lits

Tra le iconografie più suggestive della Pasqua Cristiana c’è quella del Venerdì Santo e delle processioni dei “penitenti”. Qui uno scatto che arriva da Zamora, in Spagna. Anche in Italia molti riti della Passione di Cristo uniscono il folklore alla fede.  Il simbolo della Pasqua ebraica, che quest’anno ha coinciso con quella cristiana ed è [...]

Sarajevo, vent’anni dopo l’assedio

Vent’anni fa cominciava il lunghissimo assedio di Sarajevo. La Gerusalemme d’Europa, incontro di etnie e religioni, sarebbe stata liberata solo il 29 febbraio del 1996

Oggi Sarajevo è ancora splendida, ha conservato la sua eleganza imperiale e un po’ decadente, ma le ferite di quella guerra interminabile, che vide contrapporsi bosniaci, serbi e croati, sono ancora evidenti. Compaiono dai buchi delle granate sui marciapiedi e sui palazzi, dai tantissimi cimiteri, dalle targhe che ricordano le migliaia di persone morte mentre facevano la coda per l’acqua o per il pane.

I segni dei bombardamenti

I segni dei bombardamenti

Io a Sarajevo ci sono stata due anni fa, in occasione del 15° anniversario della strage di Serbrenica, genocidio emblema del conflitto balcanico. (Qui il pezzo scritto per GQ dopo la cattura di Ratko Mladic).

Srebrenica

Ho visto la capitale bosniaca nella serata finale dei mondiali di calcio in Sudafrica, quelli vinti dalla Spagna. Ricordo locali gremiti nelle belle vie del centro e un’atmosfera festosa. La sera dopo, la stessa città mi sembrava già diversa. I silenzi e il costante sottofondo di malinconia riaffioravano, non credo potranno mai essere cancellati.

Oggi, un ventennio dopo l’assedio, giornalisti e politologi ricordano e si interrogano su cosa sia rimasto dell’identità originaria di una città smembrata e mai risarcita delle  radici perdute.

Il gatto Dorofei torna al Cremlino e su Twitter spopola “lo riferirò a Vladimir”

Il mondo può tirare un sospiro di sollievo per il ritrovamento di Dorofei, il gatto di Dimitrij Medevedev, dato per disperso qualche giorno fa a mezzo Twitter. Il felino è tornato a casa e il caso ha talmente “scosso” la Russia che il sito di Radio Free Europe inserisce ironicamente la notizia tra i “flash” (http://www.rferl.org/content/russian_presidents_cat_not_missing/24530486.html).

Il gatto Dorofei

Il gatto Dorofei

Ma per un tormentone digitale che se ne va, #KotDorofei è diventato trend su twitter in poche ore, ce ne è un altro che continua a spopolare. Si tratta del “lo riferirò a Vladmir” detto da Medvedev, convinto che i microfoni fossero spenti, durante un incontro con Barack Obama.

"Non è molto, ma lo trasmetterò a Vladimir"

"Non è molto, ma lo trasmetterò a Vladimir"

Il capo, ancora per poco, del Cremlino ha risposto zelante al presidente Usa che promette più spazio per le negoziazioni sullo scudo antimissile dopo la sua rielezione. Sul social media dei 140 caratteri, grazie all’input del blogger dissidente Alexey Navalny, si è scatenata la fantasia. Qualcuno posta la foto di una bomba con scritto “consegnare a Vladimir”, altri innocui palloncini, qualcuno addirittura l’effige del patriarca Kiril.

Le “consegne” più belle raccolte dal sito Buzz Feed 

Adolf Hitler diventa testimonial di uno shampoo in Turchia.

“Se sei un vero uomo devi usare uno shampoo da uomo”, parola di Adolf Hitler. Uno dei discorsi del Fuhrer è stato riutilizzato e tradotto da un spot turco che promuove un shampoo per capelli esclusivamente al maschile. Nel video, ora cliccatissimo su YouTube, il dittatore intima al suo pubblico di comprare “Biomen, uno shampoo per uomini veri”. Le immagini hanno provocato la reazione della comunità ebraica e domenica scorsa il Rabbino capo della Turchia, Ishak Aleva, ha emesso un comunicato in cui sottolinea come sia “totalmente inaccettabile usare Hitler, il più impressionante esempio di crudeltà e barbarie della storia”, per “attirare l’attenzione” in una pubblicità”.

Oggi lo spot è stato ritirato, nonostante, come sostenuto dal responsabile dell’agenzia pubblicitaria Marka, “la campagna puntasse a mettere in ridicolo il dittatore e non ad esaltarlo”.

Ma in questo caso il confine tra apologia e satira era davvero troppo sottile. Considerando anche i rapporti diplomatici già tesi tra Turchia e Israele, dopo l’episodio della Navi Marmara nel giugno 2010.

La comunità ebraica turca, 20 mila persone concentrate soprattutto a Istanbul, discendenti dai sefarditi che fuggirono dall’Inquisizione spagnola circa 500 anni fa per riparare nell’ Impero ottomano, tira un sospiro di sollievo. Dopo la strage di Tolosa tutto sembra più difficile.

San Pietroburgo, duemila persone in piazza contro Putin mentre l’icona Pop Madonna combatte le leggi omofobe

Quasi 2 mila persone sono scese oggi in piazza a San Pietroburgo per protestare contro il terzo mandato di Vladimir Putin. Gli slogan erano gli stessi sentiti anche a Mosca, come ”Putin ladro!” e ”Russia senza Putin”. La manifestazione e’ stata organizzata dal partito Comunista, dal partito Democratico Yabloko e dal movimento di opposizione Solidarnost. Ma nella città degli Zar c’è anche qualcun’altro che protesta e si tratta, niente-di-meno-che, di Madonna, ancora nei panni della pasionaria. Questa volta non per interpretare Evita Peron, ma per schierarsi contro la legge omofoba, approvata qualche settimana fa a San Pietroburgo, che vieta di parlare di omosessualità su libri e giornali. “Combatterò per la libertà con il mio show e la mia musica”, ha fatto sapere la cantante.

La pagina Facebook di Madonna

L’icona del pop, ma anche icona gay tra le più apprezzate, promette dalla sua pagina Facebook di organizzare un concerto nella città russa il 9 di agosto e di “parlare a favore della comunita’ gay, per sostenerla e per dare forza e ispirazione a tutti quelli che sono o si sentono oppressi”.

La legge contro la “propaganda gay”è stata firmata dallo stesso Putin, dal governatore Poltavchenko e da altri ex ufficiali del KGB e vieta tassativamente ogni messaggio, libro, organizzazione o evento che si riferisca all’omosessualità e che possa “instillare ai minori la falsa percezione che relazioni tradizionali e non tradizionali siano socialmente equivalenti”.

Dopo l’approvazione, molti giornalisti e intellettuali hanno chiesto a grandi compagnie e personaggi celebri di boicottare la città. Infatti l’iniziativa della ex “material girl” non è stata poi così apprezzata. Il leader del movimento russo per l’orgoglio omosessuale Nikolai Alekseev ha annunciato che verranno tenute due proteste pubbliche durante l’esibizione della cantante.

Spagna, la Chiesa si fa pubblicità su YouTube e promette “una vita appassionante”

Dopo l’approdo di Papa Ratzinger su Twitter e il prolificare di siti gestiti da enti religiosi, la Conferenza Episcopale Spagnola tenta di frenare la crisi delle vocazioni con uno spot su You Tube. Il titolo è evocativo: “Ti prometto una vita appassionante”. Nel video una serie di sacerdoti giovani e meno giovani elencano promesse vane in contrapposizione a proposte concrete. Dal “non ti prometto un grande stipendio, ma un posto fisso” al “con me non conoscerai persone importanti, ma uomini e donne di valore umano”. Insomma la Chiesa, come è giusto che sia, divulga messaggi positivi e concreti, ma alla fine cede alle sirene dell’effimera pubblicità e dei social media. E per di più sembra conoscere molto bene le tecniche comunicative, al punto da usare un vocabolo sinuoso e accattivante come “apasionante”.

Ormai nemmeno la religione sembra poter fare a meno delle moderne tecniche di “seduzione comunicativa”.

 

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